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I Miracoli della Madonna delle Grazie
Testi a cura di Adelmo Polla  maggiori info autore
Introduzione
di Don Giovanni Nucci
   Parroco di Cerchio.
  

Sono rimasto sempre edificato dalla grande fede e dal sincero amore verso la Madonna delle Grazie venerata dalla comunità di Cerchio. La sua bella Chiesa è visitata ogni giorno, la sua cara immagine è scolpita nei cuori, il suo nome continuamente invocato. Sono parroco di questa comunità da oltre 15 anni: ho potuto così raccogliere, custodendole nella memoria, le confidenze di molti che hanno ricevuto conforto e «grazie» da Lei, Madonna delle Grazie.
 
Quanti, le cui origini sono di Cerchio e vivono in altri luoghi d'Italia o sparsi nel mondo, sono legati ugualmente dalla comune venerazione. Il pensiero verso di Lei è di conforto e di aiuto per superare le numerose difficoltà della vita di ogni giorno e per rinsaldare i legami con la terra d'origine.  Una data importante si avvicina: nell'anno 2003 ricorrerà il secondo centenario dei solenni festeggiamenti che si svolgono annualmente in suo onore. Certamente sarà un avvenimento memorabile. 
  
Anche per questo, saluto con vero piacere la nascita di questo libro: la storia e alcuni fatti miracolosi dovuti all'intercessione della Madonna delle Grazie devono darci un profondo insegnamento. La nostra fede, legata ai fatti del passato, viene irrobustita dagli avvenimenti della nostra vita: essa porterà a noi stessi e alle future generazioni il frutto di quella pace interiore che solo Dio può dare. E la Madonna delle Grazie è il suo strumento privilegiato.
 
Da parte mia un grazie veramente sentito al nostro editore Adelmo Polla che, con linguaggio scorrevole ed accessibile, ha scritto una bella storia del passato, attingendo notizie certe da un volumetto edito nel 1855 da un nostro concittadino, Benedetto D'Amore. E' storia che viviamo oggi e continuerà nel futuro. Un doveroso ringraziamento va anche all'amico artista Giuseppe Cipollone che ha disegnato con maestria le belle immagini che illustrano il volume. Desidero anche esprimere un vivo augurio a tutti i lettori: la vera devozione in onore della Madonna delle Grazie comporta un impegno cristiano più fedele agli insegnamenti del Vangelo. La Madonna, come alle nozze di Cana, continua a dirci: «Fate tutto quello che Gesù vi dice».
...0 Madonna delle Grazie, proteggi sempre quanti, vicini e lontani, ricorrono al Tuo materno aiuto. Sii Tu sempre benedetta in Cielo ed in Terra.
                                                                        
Cerchio, Luglio 1994.
 
  
I miracoli:
Anna Maria Tucceri riottiene la vista


Uno dei primi miracoli di cui si ha notizia certa riguarda una bambina appartenente ad una famiglia cerchiese, tale Anna Maria Tucceri, figlia di Benedetto, divenuta cieca in tenerissima età a causa del vaiolo, morbo molto diffuso a quei tempi e senza rimedio alcuno per la medicina ufficiale dell'epoca. Le cronache dell'Ottocento raccontano che questa malattia definita «araba» mieteva numerose vittime in ogni parte del mondo.
La bambina, davanti alla statua miracolosa della Vergine, riottenne la vista con profondo stupore degli astanti riuniti in chiesa durante una funzione religiosa.    

Guarigione miracolosa di Giuseppe D'Amore

Nella Pasqua dell'anno 1803, Giuseppe D'Amore, mentre si avviava in chiesa per assistere alla cerimonia della esposizione delle Sacre Reliquie, venne pugnalato da un suo concittadino di cui si ignora il nome.
La lama, penetrando profondamente nel torace, raggiunse il polmone sinistro, provocando abbondante fuoriuscita di sangue «spumoso». Condotto nella casa patema (assurdo pensare allora al ricovero in ospedale, come ai giorni nostri!) in gravissime condizioni, dopo alcune ore entrò in agonia. Al medico o cerusico, come si chiamava allora, accorso al capezzale del moribondo, non rimase che partecipare ai famigliari la propria impossibilità ad intervenire, e quindi l'invito a prepararsi per il triste evento. - «Solo la Madonna lo può salvare!», - disse il medico, uscendo dalla casa D'Amore. 
 
E i famigliari, per nulla rassegnati, presero sulla parola il consiglio del buon medico. Parenti, amici e conoscenti si diedero appuntamento in chiesa e fervide preghiere vennero rivolte davanti al simulacro della Madonna delle Grazie per la salvezza dei moribondo. L'effetto fu quasi immediato: il D'Amore uscì dallo stato comatoso e dopo alcuni giorni si ristabilì completamente, tornando alla vita di ogni giorno. In ricordo della grazia ricevuta, la famiglia D'Amore volle che un pittore immortalasse in una tela il grave fatto di sangue e l'avvenuta guarigione. Il quadro venne appeso sulla parete della chiesa e vi rimase per molti anni a testimonianza di un miracolo considerato a ragione come uno dei più portentosi e significativi. Ma il miracolato fece di più: con grande sollievo di tutta la cittadinanza che giustamente temeva una ritorsione del D'Amore verso il suo aggressore, perdonò pubblicamente colui che lo aveva così proditoriamente pugnalato.  E un atto simile, per quei tempi, era da considerarsi del tutto eccezionale.
 
Una mancata rappresaglia delle truppe francesi.

Prima di descrivere il prodigio miracoloso che mi accingo a narrare, è giocoforza esporre in sintesi il panorama storico e il periodo travagliato in cui la vicenda viene collocata. il 15 settembre del 1806, il tenente Alò, comandante della gendarmeria francese, aveva avuto il suo da fare in quel di Gagliano Aterno, dove il maggiore Moscardi della Guardia Provinciale si trovava assediato da una imponente massa di «rivoltosi», ed io mi guarderò bene dal chiamarli «briganti» come la storiografia ufficiale, ingiustamente a mio parere, ha definito la rivolta della plebe e delle comunità rurali delle nostre contrade meridionali. Appare, dunque, conseguente e giustificata la reazione di massa ad uno status di invilimento, ad «una fame ereditaria, una miseria ricevuta quasi in dote, per testamento, come una fatalità; un asservimento non sempre tacito, ma pur sempre rassegnato; sicumera di padroni altezzosi, pezzente bassezza di garzoni e cafoni; e una legge mai uguale per tutti, e ingiustizie clamorose» (G. Porto, Proverbi abruzzesi, Milano 1968, pXLIV).
 
La rivolta contro il cosiddetto «nuovo ordine» degenerava troppo spesso in eccessi di sangue, con inaudita ferocia da ambo le parti. In fondo erano vittime predestinate ai soprusi e sovente alle vittime mancavano gli artigli per potersi difendere. Da qui il fervore, l'attaccamento ai valori religiosi, l'invito rivolto a Dio, ai Santi, alla Madonna cui veniva demandata la fine delle loro sventure. Mi si perdoni questa digressione, assolutamente necessaria per poter comprendere appieno l'ambiente storico della vicenda. Il tenente Alò, dunque, alla testa dì un reparto dì cacciatori francesi giunse a Gagliano Aterno in aiuto ai soldati della Guardia Provinciale, assediati dai rivoltosi capeggiati da Piccioli e dall'Aiellese P. Domizio Jacobucci.
 
Davvero singolare la figura di questo valoroso ex frate, nativo di Aielli, che in diverse occasioni ebbe a combattere contro le truppe Francesi. Aveva scelto la causa dei poveri e degli oppressi e, benché fosse stato sospeso a divinis dalle Autorità ecclesiastiche, nelle sue scorribande continuò ad indossare l'umile saio dei Francescani. Ma l'arrivo di Alò era stato preceduto dalla fuga dei rivoltosi ai quali si erano uniti molti Gaglianesi terrorizzati dalla probabile vendetta delle truppe Francesi. Paesani e «briganti» dopo aver attraversato in massa la montagna, raggiunsero Colle Armeno (Collarmele) e quindi si avvicinarono alla estrema periferia a nord di Cerchio, sulla strada che passando per Aielli conduce a Celano.
 
Non mi dilungherò a descrivere il seguito di quelle vicende che interessarono molto da vicino i cittadini di Cerchio. Solo dirò che il prodigio che ci interessa va collocato esattamente nel panorama storico di quel giorni. Infatti alcuni soldati Francesi che in quei giorni si trovavano a passare nella nostra zona e precisamente in territorio di Aielli, vennero attaccati a colpi di fucile da una terna di Cerchiesi capeggiati da certo Nicola Paneccasio, elemento oltremodo violento, al dire del cronista. Un soldato francese venne ucciso e altri due vennero gravemente feriti. La popolazione di Cerchio giustamente terrorizzata da questo grave fatto di sangue, si preparò ad affrontare la reazione dei soldati Francesi. E questa non si fece attendere molto: l'indomani la notizia dell'agguato raggiunse il comando del distaccamento francese a Celano, che provvide ad informare il Comandante generale della provincia di stanza a Sulmona. Il Consiglio di guerra, subito riunito, comandò che per rappresaglia il paese di Cerchio fosse messo a ferro e a fuoco.
 
La popolazione, avvertita di quanto stava preparandosi, ne rimase atterrita. Ma, invece di abbandonare il paese, i maggiorenti misero in atto l'unico stratagemma capace di ammansire la ferocia dei soldati francesi, tradizionalmente religiosi e di tendenze «papiste»: un atto di contrizione generale supportato da una solenne processione con l'immagine della Madonna. E i soldati, come d'altronde era logico attendersi giunsero con fieri propositi di vendetta. Sparando all'impazzata si avvicinarono alle prime case dei paese e allora videro una gran quantità di gente, in maggioranza vecchi, donne e bambini che, con in testa l'immagine della Madonna delle Grazie, li attendeva genuflessa in preghiera. Cessarono i colpi di archibugio; il comandante del drappello francese intimò l'alt ai suoi e avanzò lentamente verso l'insolito scenario della folla implorante. Giunto davanti alla statua della Madonna, si inginocchiò anche lui a pregare .... Dopo essere stato informato sulle modalità del grave fatto di sangue, e del nome dei colpevoli, comandò che non si facesse alcun male a quella povera gente. Solo ordinò che la casa di quel tale Paneccasio, autore dell'agguato, fosse rasa al suolo.
Si concluse, quindi, nel migliore dei modi (un solo abitante venne ferito ad una gamba) una vicenda che altro esito avrebbe avuto senza la protezione della Madonna.
  
Ed ora mi si perdoni la digressione, assolutamente necessaria per poter comprendere appieno l'ambiente storico della vicenda che interessò non solo Cerchio, ma i paesi limitrofi, quali Collarmele, Aielli e Celano e nel quale fa spicco la figura di un comandante francese, il Tenente Generale Alò che tanta parte ebbe nella vicenda storica che ci interessa. Intanto è documentato da alcuni carteggi che a me pare utile tradurre e riportare integralmente nello scarno linguaggio-burocratico del relatore che stilò quel rapporto, il nominato Tenente Alò, il quale pernottò a Cerchio per una sola notte, prima di proseguire alla volta di Celano. L'ospitalità concessa allo stesso e a 115 soldati da un maggiorente cerchiese, Don Venanzio D'Amore Fracassi, di dichiarate idee «giacobine» è ben documentata anche dal capitano Marchetti, comandante della piazza di Sulmona che scrive:
«... oggi li 21 Maggio 1806 essendomi portato nella terra di Cerchio dopo essermi colla mia truppa dovuto battere con alcuni briganti nel tenimento di Ajello, sono stato con la mia truppa ben ricevuto da tutti li Galantuomini de la stessa terra, e particolarmente dai signori Don Venanzio d'Amore Fracassi, e Don Vincenzo d'Amore, li quali nel sentir l'accaduto con particolar lo mi anno apprestato ogni aiuto; e perché costi ove conviene, ho formato il presente foglio.
 
Cerchio li 21 Maggio 1806.
Il Comandante d'armi & Solmona Marchetti. 
 
 Testi tratti dal libro La Madonna delle Grazie in Cerchio
 

 
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