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Monachesimo Benedettino Cistercense dietro la Bolla
Le conseguenze della battaglia di Tagliacozzo, nei pressi di Scurcola (25 agosto 1268), furono disastrose per le popolazioni palentine. Carlo I D'Angiò elesse dimora nella fedele Avezzano, nel giorno di S. Bartolomeo poi divenuto patrono della città, e dal suo quartier generale predispose i primi atti del nuovo governo. Da Avezzano Carlo D'Angiò mandò il suo resoconto al Pontefice Clemente IV: "mai vidi tanto spargimento di sangue, neppure in Benevento due anni or sono". Carlo assunse quindi come primo intento quello di spezzare definitivamente ogni focolaio di resistenza dimostrata nei suoi confronti, a partire dalla Marsica. Una parte dell'esercito svevo era costituita proprio dai baroni reazionari ed a lui contrari in questo territorio. Il suo esercito, entrò dunque in Alba: la mitica città marsa non si risollevò mai più da quella devastazione. 
  
Tutto quel che gli altri, neppure Annibale prima di lui, non avevano osato fu compiuto da quelle orde di vandali assetate di bottino. Si diressero poi verso Carcii, nei pressi dell'attuale Magliano e poi sul crinale Monte Salviano per razziare la postazione di Pietraquaria e le contrade dipendenti, mentre sul campo devastato dalla battaglia gli ultimi ospedalieri ed i necrofori, rimuovevano i feriti e le salme sotto il caldo sole d'agosto. Le sue orde soldatesche si diedero dunque alla distruzione e depredazione dei villaggi a lui contrari, dislocati intorno al campo di battaglia. In seguito Alba divenne una cava di pietre per molte nuove chiese nei dintorni e soprattutto per la basilica di S. Maria della Vittoria eretta da Carlo D'Angiò sul luogo della battaglia. 
 
Fu cancellato il feudo di Pietraquaria con i casali limitrofi e dispersi i pochi abitanti superstiti. Un altro settore che l'Angioino si preoccupò immediatamente di controllare fu lo strapotere e la presenza benedettina nella Marsica. Smantellò così le antiche predominanze benedettine ed anche farfensi nell'Abruzzo, per lasciare il posto ai suoi monaci cistercensi di Citeaux. Per disegno programmato di questa sua politica ecclesiastica, prostrò immediatamente i conventi di S. Maria in Valle Porclaneta e quello di S. Maria di Cese entrambi di istituzione benedettina nei Piani Palentini. 
 
Onde limitare questa ed altre forme di potere ecclesiastico locale, edificò l'Abbazia di S. Maria della Vittoria ove radunò in pianta stabile una comunità di monaci cistercensi francesi allo scopo di contornarsi dì presenze assolutamente fedeli e di parte che proteggessero dal pulpito della chiesa e dal convento gli interessi della sua casata, nell'ambito del nuovo regime politico che si apprestava ad instaurare. Perciò, all'atto della sua fondazione, Carlo dotò la casa conventuale di immense ricchezze, assoggettando al beneplacito di quei monaci gran parte del territorio di Alba, la contea di Tagliacozzo, quella di Celano e di Popoli con possedimenti variamente assegnati fino al fiume Pescara. 
 
Destinò al controllo dei monaci di Citeaux i mulini, il diritto di pascolo e quello di legnatico nei boschi di pertinenza. Riservò loro anche la prerogativa di pesca sul lago Fucino dotandoli di proprie barche con un porticciolo per l'attracco esclusivo e di un banco per la rivendita del pesce nell'area di mercato in Avezzano. Con questa politica e l'ordine di distruzione degli stemmi municipali già delle piccole autonomie locali amministrative che avevano cominciato a fiorire sotto il governo di Federico II, iniziò il periodo relativo della infeudazione angioina, basata su un sistema di opprimente fiscalismo e cancellazione delle migliori conquiste di autonomia perpetrate dalle emergenti comunità cittadine". 
 
Il controllo delle terre Palentine nella Marsica fu devoluto ai monaci cistercensi di S. Maria della vittoria. In Cese, ad esempio, iniziò un periodo di crisi demografica e religiosa, tanto che in un documento del 1313 la località fu registrata nella Curia del Re Roberto come casale del Monastero di S. Maria della vittoria. A queste esigenze il Re innesta la figura di Celestino V, che peraltro aveva già manifestato una personale insofferenza verso l'Ordine Benedettino e che nel 1294, in attuazione della riforma ed allo scopo di favorire il rinvigorimento dello spirito religioso, non senza la pressione del Re, con una Bolla di favore assegnò al Vescovo dei Marsi la chiesa di S. Maria in Case'', già appartenente a quest'Ordine. Ma non era, a giudizio del suo successore, quello dello smantellamento delle case territoriali il giusto modo di procedere alla riforma dell'Ordine, cosicché il primo intento da questi perseguito fu proprio quello di cancellare gli errori, in tal senso commessi dal suo predecessore. 
 
All'uopo scrisse varie lettere ai prelati entrati in varie occasioni a contatto con la mite politica celestiniana. Il 18 agosto 1295, si rivolse all'Abate del Monastero del S. Spirito di Sulmona ed al Priore di Collemaggio in Aquila, al quale ultimo anzitutto chiese la restituzione della "Bolla della Perdonanza" e poi, ad entrambi, di tutti i vari documenti, indulgenze, concessioni e lettere di vario argomento rilasciate loro da Celestino V. Raccomandò loro, inoltre, affinché anche gli altri atti celestiniani, esistenti presso altre chiese e monasteri d'Abruzzo, venissero recapitati e raccolti dal Vescovo aquilano, Nicola Castroceli, che li avrebbe poi rimessi alla Cancelleria Pontificia in Roma". 
 
La donazione della chiesa e dei possedimenti benedettini in Cese al Vescovo dei Marsi fu, però, nonostante questo processo di revisione degli atti celestiniani, considerata legittima tant'è che fu anche confermata in un apposito dispaccio pontificio indirizzato all'Abate Piccianensi; così come lo furono gli statuti della congregazione dei Monaci Celestiniani dell'ordine di S. Benedetto voluti dallo stesso Celestino V.
 
In questa prospettiva vanno valutate le esigenze del Vescovato d'imporre nella Marsica la sua personalità nel coordinamento dei nuovi assetti di egemonia, tendenze e necessità organizzative in funzione della sua migliore presenza di intervento come capo spirituale della Diocesi. Tant'è vero che nell'anno 1324 il Vescovo dei Marsi Giacomo Busce (1296- 1326) ospitò, nella sua dimora in Cese, il Nunzio apostolico, il Notaio ed i vice Collettori demandati dal Papa Giovanni XXII per la raccolta delle decime pontificie. 
 
Le scelte di rinnovamento dell'Ordine benedettino, così come impostate da Celestino V, non parvero dunque giustamente idonee alla soluzione del problema, nella considerazione logica ancor prima che giuridica, dell'attento Bonifacio VIII: non bisognava sopprimere le Case benedettine, che nel progetto del Re avrebbero dovuto cedere spazio a quelle Cistercensi a lui celatamente più favorevoli, ma riformare la Regola dal punto di vista etico e morale dei suoi aderenti. Ecco allora in questa logica la giustificazione delle due bolle indulgentiarum di Cerchio di cui la prima espressamente favorita alla comunità benedettina di S. Pietro in Filimini nel 1295, subito dopo la sua elezione a Pontefice ed immediatamente dopo aver ritrasferito la residenza apostolica da Napoli a Roma determinando in tal modo uno strappo definitivo con il Re francese. 
  
La seconda invece indirizzata alla chiesa parrocchiale di Cerchio intorno alla quale si stava appunto consolidando, una comunità religiosa e umana che comprendeva numerosi casali e pertinenze nel suo ambito territoriale in quell'area limitrofa alla sede diocesana dei Marsi. La scelta delle bolle di cerchio fu, perciò, una dura risposta alla supremazia cistercense nella Diocesi dei Marsi che sui Piani Palentini era ormai irremovibile. Le permanenze Benedettine nel tempo in questa parte di territorio, sono peraltro ulteriormente testati in altri documenti di epoca successivi.

 
  
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