Home Page del Comune Clicca per approfondimenti

Clicca per visualizzare la guida alla navigazione
 
 

TERRITORIO

 

in evidenza

 

Risorse

 

 
Sei in: - STORIA - Celestino V non un vile ma un santo

Celestino V non un vile ma un santo
Prima ancora di delineare la figura di Celestino V, val bene sfatare un piccolo dramma della letteratura storica alimentatosi intorno a quell'anonimo che Dante relegò poeticamente all'inferno "poscia ch'io vebbi alcun riconosciuto vídi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto" .

L'anonimo personaggio è stato tradizionalmente riferito, dalla maggior parte dei critici letterari a Pier da Morrone, pontefice che nello stesso anno in citi fu eletto (1294) rinunciò al papato dichiarandosi incapace, dando così modo a Bonifacio VIII di succedergli sul trono. Il poeta, nel verso citato, parla in verità di "rifiuto" e non di "rinuncia". La differenza tra i due concetti è sostanziale e corribacia con le risultanze storiche. Si può "rifiutare" qualcosa prima ancora di averla, chi rifiuta noti può così abdicare una carica in favore di un suo successore, in quanto egli non ha ancora assunto quella carica. 
Si può, invece, "rinunciare a quella carica, che già si detiene, abdicando in favore del suo successore dinastico od elettivo Analizziamo prima il dato storico.
 
Per eleggere il successore del francescano Nicolò IV (1288 1292), dovettero passare ventisette mesi a causa delle gravi contese tra le nobili famiglie romane dei Colonna, Orsini e Caetani, niente affatto spentesi già dalla precedente elezione dello stesso Nicolò IV, il quale dovette, addirittura, subire le ritorsioni dei romani e rifugiare a Rieti per alcune sue decisioni favorevoli ai Colonna contro gli Orsini. Nel 1292, dopo la sua morte i Cardinali riuniti in conclave, non riuscivano ad esprimere la scelta del nuovo Pontefice. 
Le famiglie cardinalizie romane, di nobile prosapia, si avvamparono anche in quella occasione, in un'accesa disputa. Alla massiMa aspirazione del soglio di Pietro ancora i Colonna, gli Orsini ed i  Caetani si contendevano questa possibilità senza colpo ferire.
 
Carlo Il D'Angiò che aveva, invece, necessità di proseguire il progetto di consolidamento del potere della sua casata in tutto il Regno, si adoperò perché i Cardinali dei Sacro Collegio addivenissero all'elezione di un religioso extra moenia attraverso il quale avrebbe potuto meglio esercitare la sua longa manus sulla religione e sugli affari ecclesiastici, se non altro perché questi, per debito di riconoscenza, gli si sarebbe dimostrato disponibile. 
 
In Abruzzo, un tal Pietro da Morrone, che aveva raggiunto ormai la veneranda età di 77 anni, ma la sua notorietà di uomo profondamente spirituale era dilagata notoriamente lungo le valli di tutta l'Italia meridionale, e che in quell'occasione predisse alla chiesa gravi sciagure se non avesse immediatamente posto rimedio a quella vocazione parve allora risolutivo alle sue preoccupazioni. Cosicché, per una serie di circostanze favorevoli, Pietro da Morrone, con sua ingenua incredulità, fu chiamato al Soglio di Pietro il 5 luglio 1294, col nome di Celestino V. Egli fu finalmente eletto nel conclave del 5 luglio 1294, tenutosi a Perugia. Conclave che seguiva gli altri infruttuosi già tenutisi a Roma, a Viterbo ed a Rieti. Celestino V, al secolo Pietro Angeleri da Morrone, era nato ad Isernia nel 1215 e morì "prigioniero nel castello di Fumone presso Alatri, nel 1296. 
  
Fu Papa dal 5 luglio 1294 al 13 dicembre eletto stesso anno. La celebrazione della sua festa cade in ricorrenza del giorno della sua morte, il 19 maggio.
Di umile origine contadina abruzzese, entrò nel monastero benedettino di S. Maria di Faifoli ed intorno all'età di 24 anni, insoddisfatto della vita scarsamente spirituale cui ai suoi tempi era scaduto l'Ordine, forse perché toccato anche dal profetismo Gioachimita che influenzava l'Italia meridionale della seconda metà del sec. XIII, uscì dall'Ordine benedettino ritirandosi in una grotta del Monte Morrone, presso Sulmona. 
 
Ben presto il numero dei suoi seguaci crebbe, cosicché egli fondò, tra le rupi della maiella una piccola comunità eremitica osservante la regola di San Benedetto riformata e che si sviluppò nella sua Congregazione approvata nel 1263. Numerose a quel tempo erano le chiese comandante all'Ordine benedettino in Abruzzo e nella Marsica; tra le quali figurava quella di S, Pietro in Filimini Quando i messi del conclave gli annunciarono la elezione a Pontefice, il Santo eremita rimase incredulo e costernato. 
 
Venne incoronato a L'aquila e prese il nome di Celestino V . L'ingenuo ed inesperto pontefice, evidentemente sotto le pressioni dell'angioino spostò, la sede pontificia in Napoli e ben presto rimase completamente dominato da costui e dalla stia Curia. Le celate esigenze del Re Carlo iniziavano sotto il migliore degli auspici. Parallelamente alle intenzioni di Celestino di voler riformare l'Ordine benedettino egli esercitò le sue subdole pressioni in tal senso onde indirettamente favorire i monaci Cistercensi in tutto il meridione, come era già nel progetto di Carlo I D'Angiò che aveva edificato nella Marsica l'enorme basilica intitolata a Santa Maria della Vittoria, proprio nel luogo della battaglia contro il biondo Corradino l'ultimo discendente di casa Sveva, ove, ancora Dante ci informa delle strategie militari del Generale dell'esercito angioino Alardo eli Valerì che "senz'armi vinse il vecchio Alardo". 
  
I pochi mesi di pontificato di Celestino V si rivelarono, perciò conseguentemente fallimentari inesperto delle cose di governo, privo di nozioni giuridiche e politiche Celestino fu irretito da quel gruppo di Cardinali e soprattutto da Carlo D'Angiò che lo convinse alle sue azioni, alla volontà ed aspettative politiche angioine. Le delusioni e le amarezze raccolte in pochi mesi di pontificato da quell'uomo fondamentalmente semplice e mite, ma che si rendeva ben conto di essere assolutamente impari al compito affidatogli, furono gravi.
 
Tutta una parte della Curia, soprattutto quella contraria all'egemonia angioina, dovette premere su di lui affinché si dimettesse, fra costoro, probabilmente: il Cardinale Benedetto Caetani che vedeva giustamente nello strapotere angioino, rispetto alle debolezze dei pontefice, un futuro incerto per le sorti della Chiesa universale. La questione, però, era assai problematica, soprattutto dal punto di vista giuridico, ma fu aggirata mediante una costituzione apostolica per mezzo della quale Celestino V poté considerare legittima la rinuncia ed usufruirne egli stesso il 13 dicembre 1294. Rinunciò dunque alla tiara in Napoli per tornare all'umile cremo sul Morrone. Con grave disappunto di Carlo Il D'Angiò che vedeva sfumare in quell'uomo un formidabile strumento per il controllo del potere ecclesiale.
 
L'indecisione dei Cardinali a raccogliere il difficile compito di guidare la chiesa dopo l'abdicazione di Celestino V avvenuta il 13 dicembre dello stesso anno della sua elezione (1294) cadde, difatti, con grave disappunto tra le pressioni dei sovrano francese che aveva perso in Celestino un prestigioso meccanismo per l'ingerenza negli affari ecclesiastici, poiché rivendicava la doverosa considerazione da parte della Chiesa, per averla liberata dalle contrarietà sveve. 
  
L'autore del gran rifiuto dantesco in quella circostanza fu allora, in verità, a giudizio degli storici, il Cardinale Matteo Orsini. Fu questi, nel corso del conclave in Napoli 1294, infatti, a pronunciare il gran rifiuto cantato da Dante, dopo la sua designazione dei Cardinali quale successore di Celestino V a seguito della sua abdicazìone (non rifiuto), a respingere espressamente la carica di Papa in quanto restio, appunto, ad assumersi le responsabilità del dopo celestino e soprattutto a fronteggiare l'ostile pressione nei suoi confronti dei Colonna Cosicché tra la famiglia dei Colonna e quella degli Orsini, trovò campo libero quella dei Caetani cori l'elezione dei loro Cardinale più in vista, Benedetto, che assunse il noi-ne di Bonifacio VIII. 
 
Del resto Dante, morto il 13 settembre dei 1321, non poteva ignorare l'elevazioni ai santi altari di Celestino V avvenuta nel 1313 ad opera di Clemente V per contarlo fra i vili. Possiamo, dunque ritenere che fu proprio il Caetani, quale fine e dotto giurista, che con certo margine di verità venne in soccorso alle miti aspettative dei vecchio Celestino V ed alle incertezze del designato Cardinale Matteo Orsini, ma che rifiutò il peso del papato in quanto timoroso di saper dominare gli intrighi ed i dispotismi delle corti nobiliari e, forse, consapevolmente si affidò all'interessata influenza del Cardinale Caetani che succederà così a Celestino V col nome di Bonifacio VIII.
  
Al di là della letteratura e delle spire romantiche che dalla vicenda possono maturare, non possiamo valutare la situazione senza considerare che Celestino aveva ormai raggiunto la veneranda età di 77 anni. Non si trattò quindi di chissà quale sotterfugio, ma di agevole compromesso la sua ospitalità al vecchio predecessore (o reclusione, come poi si disse, al solo fine di impedire che i suoi avversari sfruttassero l'ingenuità dell'abdicatario), nella rocca di Fumone (Alatri), dove morì il 19 maggio 1296. Siamo, in vero, propensi a ritenere questa tesi, poiché al contrario le reazioni angioiene rispetto alla forzata reclusione sarebbero state obiettivamente diverse. 
Benedetto Cantano non era affatto un ingenuo per correre un simile rischio, tutt'altro! Era un Cardinale potentissimo nella Curia apostolica romana e non pochi storici ritengono che la scappatoia della costituzione apostolica l'avrebbe suggerita egli stesso al buon Celestino da accorto giurista quale egli appunto era.
 
Non a caso, solo dopo un brevissimo Conclave, egli fu eletto Papa coi noi-ne di Bonifacio Vili, mentre le cronache di quegli anni ricordano tortuosi ripensamenti, compromessi, dispute ed indecisioni dei Cardinali. Come prima decisione, al fine di riportare ordine nelle vicende della chiesa, assunse quella di riportare la sede pontificia in Roma e poi temendo che Pietro da Morrone potesse servire a subdole manovre politiche da parte di futuri oppositori lo confinò od ospitò nel Castello di Fumone.
 
La canonizzazione di Celestino V, decretata da Clemente V nel 1313, rispose infine a due esigenze: la pretesa dalla corte angioina, che considerava Celestino un proprio Santo, la damnatio memoriae di Bonifacio VIII che la stessa aveva argomentato presentandolo alla storia come l'usurpatore di un posto che sarebbe spettato ad un Santo.
  
 
Sei in: - STORIA - Celestino V non un vile ma un santo

Territorio

 
 


Team sviluppatori
| Grafica e Redazione | Copyright