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Buonanotte Sėgnor Curato! Brigantaggio del 1848
Testi a cura di Fulvio D'Amore  maggiori info autore

Ci sono molti aspetti di noi abruzzesi che spesso lasciano perplessi, soprattutto quando alcuni valori distintivi, che contribuiscono a fondare comunque il senso di appartenenza a una comunità, vengono falsati o addirittura ignorati, forse perché rappresentano o hanno rappresentato un lato della nostra storia oscuro non edificante, non eroico, e quindi, da non mettere in evidenza tra i maggiori avvenimenti storici della nostra Regione. 
 
Ciò è tanto più vero in una dimensione come quella italiana, caratterizzata da una storia e da una geografia fortemente pluralizzate, nella quale però al particolarismo politico si è sempre contrapposta una vigorosa tensione unitaria nei secoli scorsi sul piano delle manifestazioni storiche-culturali e letterarie che hanno svolto un ruolo di primo piano nel nutrire e formare la nostra identità nazionale, zeppa di «eroi positivi», pronti a sacrificarsi per la Patria.
 
Le brutture e le storture di cui è ripiena la nostra storia in Età Moderna e Contemporanea, sono state spesso sapientemente occultate o altre volte attenuate dai cosiddetti «Govemanti» del momento che, come è stato più volte sottolineato, hanno riscritto la storia a loro favore. A tali rilievi si legano, invece, sempre nello schietto dibattito aperto sulla riscoperta delle radici, il riportare alla luce considerazioni storiche ed antropologiche sul carattere dei nostri antenati, sia nel bene che nel male, magari cercando di capire periodi in cui maggiormente si fecero più acute le conflittualità, le violenze e l'anarchia, dovute quasi sempre alle precarie situazioni economiche della Marsica, dell'Abruzzo intero e del regno delle Due Sicilie.

L'acutezza di queste osservazioni si proietta immediatamente sulla questione «brigantaggio», problema che solo recentemente sta ottenendo, da parte della storiografia, una adeguata attenzione. In passato, in non poche storie generali dell'Italia unita, non si andava oltre la riduzione del fenomeno ad una guerra contadina per bande o ad episodi di rigurgiti legittimistici uniti a manifestazioni di delinquenza comune; al più si faceva la distinzione tra briganti contadini e briganti ideologici, valorizzando in genere questi ultimi. 
Si era creduto così, almeno, di aver fatto un passo avanti. 
 
Ma al contrario, recentemente, proprio un gruppo di noti «accademici» abruzzesi, autori della «Storia d'Italia. Le Regioni dall'Unità ad oggi. L'Abruzzo», pubblicato in ponderoso volume edito da Einaudi, da cui magari ci si aspettava una più acuta analisi del territorio con tutte le sue problematiche (visto i potenti mezzi messi a disposizione proprio dalla prestigiosa casa editrice), invece di porre l'accento sul disagio delle popolazioni rurali, sulle rivolte contadine, sulla secolare fame dei braccianti poveri, ossia tutte quelle cause predisponenti che cagionarono anche nel periodo borbonico lo scatenarsi di un brigantaggio endemico in buona parte dell'Abruzzo, hanno sapientemente o intenzionalmente «glissato» l'argomento, preferendo mettere in rilievo solo: statistiche a carattere economico, distribuzione in percentuale delle popolazioni residenti, transumanza, commercio ed emigrazione.
 
Ed i briganti, allora, non sono mai esistiti? I numerosi conflitti nazionali e i fatti di violenza, gli assalti alle vetture postali, le infinite rapine che resero i nostri passi montani quasi sempre impraticabili nel corso dei secoli, tutte le vittime della repressione non solo piernontese appartenenti al ceto rurale, dove sono andate a finire? Eppure quelle centinaia di migliaia di braccianti, pastori e contadini incarcerati, fucilati, impiccati o reclusi nei bagni penali, non erano forse la «nostra gente» o tutto ciò fa parte di una storia minore? Evidentemente, per il folto gruppo degli insigni studiosi che si sono appena occupati di questa importante pubblicazione sull'Abruzzo, il banditismo e le problematiche appena accennate, in un momento in cui siamo entrati in Europa, non ha trovato un proprio spazio, oppure, ancor peggio, costoro vogliono mostrare solo una falsa immagine trionfalistica di una regione in evoluzione, da sempre industriosa, cancellando definitivamente il parere degli scrittori ottocenteschi che in viaggio nelle nostre contrade, e più specificatamente nell'Abruzzo borbonico, lo definirono paese arretrato, popolato da «pastori e briganti».
 
Chi come noi, da oltre un decennio frequenta con assiduità gli archivi, senza peraltro avere velleità accademiche, ben sa che esiste una enorme documentazione sul brigantaggio, presente ovunque ed in ogni archivio d'Italia, da Nord a Sud: segno manifesto di un problema scottante esistente dal medioevo in poi, con campo d'indagine amplissimo. Ed infatti, il fenomeno riemergeva nei suoi efferati episodi con una certa intensità, in un territorio caratterizzato principalmente da montagne senza strade, appena tracciato solo da mulattiere insicure, seppur frequentato da una popolazione contadina mobile, da viandanti e da mercanti che, stagionalmente, attraversavano la frontiera con lo Stato pontificio, o si recavano in Puglia per la transumanza.
 
Comunque, non vogliamo polemizzare più di tanto sull'angolazione critica data dai «nostri amici accademici» al volume sull'Abruzzo, bastano in proposito da sole le impietose recensioni della Rivista Abruzzese, noi possiamo solo ribadire che abbiamo perso un'ottima occasione per sfatare finalmente quei miti tanto radicati nella tradizione locale. Importante è ora, invece, per il sereno svolgimento della nostra analisi sugli avvenimenti che stiamo per narrare, il parere di un illustre italiano del Meridione, Francesco Saverio Nitti, già Presidente del Consiglio in Età Giolittiana e poi Ministro dell'Agricoltura, che non si vergognò di scrivere nel 1919 nel suo bellissimo libro intitolato Eroi e Briganti parole come: «Si può dire che, durante tutto il vicereame spagnuolo e il regno dei Borboni, il brigantaggio sia stato una delle parti più interessanti, se non la più interessante della storia meridionale».

Senza voler trovare nessuna giustificazione al deprecabile episodio di brigantaggio che stiamo per narrare, bisognerà precisare che nel periodo trattato emerge l'uso estensivo ed indiscriminato della pena del «fuorbando», applicato in tutto l'Abruzzo aquilano dai Borboni, nei confronti di disertori, braccianti assenti da parecchio tempo dal loro paese di origine per questioni di lavoro, pastori dispersi per mesi e mesi tra la Marsica e la Puglia, segnalati dai sindaci alle autorità di polizia zonali, spesso come sospetti conniventi dei briganti, finì per contribuire massicciamente al moltiplicarsi della violenza e dei fenomeni criminali, creando in ogni villaggio risentimenti e faide tra famiglie coinvolte nelle varie inchieste. E' pur vero che molti fuorilegge braccati dalla giustizia, ladri e rapinatori di professione, sovente aiutati nelle loro imprese da contadini del luogo, che magari avevano in odio il loro padrone, facevano irruzione nelle ville dei benestanti, cercando di rapinare o sequestrare il ricco proprietario a scopo di estorsione. 
 
D'altronde è stato già ampiamente provato, che in una società altamente stratificata come quella marsicana di metà Ottocento, attraversata da diverse fasce di conflittualità, le fazioni dei benestanti, le faide rurali, territoriali e parentali, che si sommavano ed incrociavano in un clima di estrema violenza, l'appartenenza a un potente nucleo familiare era probabilmente l'unica garanzia di sopravvivenza. Il racconto del tentato sequestro e rapina ai danni di Don Lorenzo D'Amore di Cerchio, scampato fortunosamente alla morte ad opera di una banda brigantesca, riportato nei dettagli dalla Gran Corte Criminale di L'Aquila, testimonia come simili masnade di disperati agivano in un territorio dove la macchina della giustizia si muoveva con estrema lentezza, con forze di polizia, praticamente amorfe e timorose di probabili rappresaglie ad opera dei briganti.
 
Pasquale Camposecco, regio giudice di circondario di Pescina, già nel marzo del 1845, aveva ricevuto una denuncia dal essantacinquenne benestante Don Lorenzo che in quei giorni, assente da Cerchio per affari (era partito per Napoli), al suo ritorno aveva trovato scassinato il palazzo. I ladri erano evidentemente «entrati nel cortile dalla parte dell'orto di D. Venanzio D'Amore Fracassi», attiguo alla sua abitazione. L'inchiesta, come al solito, si insabbiò quando lo zelante magistrato non poté contare su aderenze preziose nel piccolo villaggio, perché regolate da precisi codici di comportamento. 
Anche ìn questo caso, come in altrì, bisogna sottolineare, che la vastità e la malagevolezza del territorio marsicano, l'esiguità delle forze di polizia a disposízione del giudice di Pescina e la rete di connivenze e complicità, agevolmente attivabile dal parentado a salvaguardia dell'incolumità dei sospetti delinquenti (molti di loro erano proprio di Cerchio), costituivano altrettante barriere di sicurezza erettegli attorno, sicché, evidentemente, i briganti con relativa tranquillità potevano continuare ad abitare quelle contrade che erano loro familiari.
  
Tre anni dopo, la sera del 24 ottobre del 1848, la stessa banda, definita «Comitiva d'Introdacqua», forte di 24 persone e comandata dal contadino Pasquale D'Amore, fece irruzione nel paese di Cerchio, approfittando della momentanea assenza dì gran parte degli uomini e delle donne impegnati nella vendemmia. Nel rapporto, stilato in seguito dal sindaco Don Antonio D'Amore, figlio di Don Lorenzo, si leggeva che proprio in quel momento: « ... Gli abitanti stavano carreggiando l'acqua alla fontana, e facevano il mosto, pestando nelle vasche». Il capo squadrìglìa della Civica (era un certo Ludovico D'Amore), invece di reagire all'invasione, preso da folle terrore, pensò bene di rinchiudersi con i suoi soldati nel corpo di guardia, giustificandosi dopo che: «non si vidde in circostanza da poterci far fronte, perché pochissimi civici, erano internati al servizio, e quasi senz'arme rattrovavasi». 
 
Effettivamente la masnada brigantesca (al completo contava circa 53 briganti), armata di fucili, carabine, baionette, sciabole e pistole era piombata all'improvviso sulla piazza del paese sbucando dal nulla. I briganti, che al momento della sortita avevano il volto coperto da fazzoletti per non farsi riconoscere, imposero a quei pochi sfortunati incontrati sul proprio cammino di porsi immediatamente «faccia a terra». Poi, entrati furtivamente nel palazzo dei D'Amore (riportiamo nel testo un prospetto dell'abitato disegnato dalla polizia per illustrare la dinamica dell'assalto), immobilizzarono lo stesso sindaco che: «Si vide assalito dentro della medesima abitazione da una masnada di Assassini, nel numero di circa venti, armati di fucile, e carabine, i quali costrinsero tanto esso D. Antonio che il di lui padre D. Lorenzo D'Amore a ponersi di faccia a terra». 
 
Al momento li legarono, minacciandoli di morte se non avessero rivelato subito il luogo dove tenevano nascosti i soldi e le armi della famiglia. In quei frangenti, ad uno dei contadini che era presente alla cena (il soprastante Benedetto Tucceri) riuscì di filarsela per le scale, e, appena fu in strada, urlò squarciagola: «I ladri, i ladri nella casa di D. Lorenzo D'Amore! », creando una confusione generale a cui seguì inevitabilmente il suono delle campane a stormo, segnale inconfondibile di allarme ed imminente pericolo per tutti gli abitanti del paese. 
  
I briganti Pasquale Campomizzi e Antonio Jannicca, posti a sentinella dell'entrata del palazzo scaricarono nervosamente le loro pistole in aria, per intimorire chiunque avesse osato avvicinarsi, quando già Giovanni Antími (era originario di Borgorose, ma sposato a Cerchio) luogotenente della banda, sbucato dall'abitazione armato di sciabola, voleva massacrare la popolazione accorsa nella piazzetta antistante la casa dei D'Amore. Malgrado la gravità del momento, il capobanda ordinò di non «trapazzare» la gente ma di ritirarsi immediatamente nella più sicura stalla, messa a disposizione dai loro complici Giovanni Di Domenico ed Emidio Campomizzi, come uscita di sicurezza verso le montagne adiacenti il paese. 
 
Otto tra giornalieri, fattori e mulattieri, mentre stavano rientrando in paese, richiamati dal suono delle campane, si imbatterono nella masnada in fuga, che sfogò la sua rabbia su di loro, malmenandoli e costringendoli a buttarsi faccia a terra. In seguito la «turba armata», così furono definiti i malviventi in un rapporto del regio giudicato di Pescina, si diresse sulle montagne di Canale, Forca Caruso, per invadere alle prime luci dell'alba nel circondario di Castelvecchio Subequo, e commettere nuove rapine e ricatti, inseguita dalla guardie civiche di Gagliano, Secinaro e finalmente dal capo squadriglia Ludovico D'Amore che, insieme al capitano Vincenzo D'Alessandro di Collarmele, aveva ritrovato lo spirito combattivo. 
  
All'indomani dell'invasione brigantesca e nella lunga fase degli interrogatori scaturiti dall'inchiesta giudiziaria, rimangono significative due deposizioni: quella del sindaco e quella del prete il quale, a detta di molti paesani, era l'unico ad aver visto i briganti a volto scoperto. Don Isidoro Cianciusi «figlio di Pasquale di anni trentacinque Sacerdote domiciliato in Cerchio» in presenza del giudice di Pescina Pasquale Camposecco affermò con riluttanza: «La sera del 24 Novembre a circa le ore tre di notte nel mentre che dalla mia stalla mi ritiravo in casa, che rimane lungo la strada ove esiste la fontana, vidi venire per la medesima strada circa ventiquattro, o venticinque individui armati difucile, e di qualche arma bianca nel lato sinistro, che penetravano dentro Cerchio; sulle prime credetti Forza Civica, che fosse stata superiormente incaricata di qualche disimpegno, poi la mattina seguente per voce pubblica riseppi, che era una Comitiva di Malfattori. Essi vestivano nel generale, per quanto potetti ricordare, con giacche di panno scuro, calzoni corti simili, corpetto anche scuro all'Introdacquese, conoscendo io che quelli naturali così vestono; l'ultimo di essi mi salutò dicendo così "Buona notte Sig. Canonico!". 
 
Il primo cittadino Don Antonio D'Amore, parte offesa nel procedimento contro «briganti ignoti», dopo aver sottolineato la baldanza e l'impeto della banda, al momento dell'entrata nel suo palazzo, asserì sdegnato: Io fui il primo ad essere maltrattato, e fino a fanni gettare a bocca a terra, l'istessa sorte toccò a mio padre, mio zio il Cavaliere D. Erasmo soffrì, ma meno di noi. Nel mentre si pratticavano simili barbari trattamenti, riuscì a qualche d'uno dei suddetti miei operai di fuggirsene, e renderne avvisata questa popolazione, la quale a turno, armandosi di pietre, e suonando le campane ad arme circondarono la mia abitazione, e con urli, e scagliando pietre tanto al portone che alle porte spaventarono così i malviventi i quali lasciando le prede si buttarono per la porta segreta che corrisponde ai cortili, e scavalcando i muri l'un sostenendo l'altro, accelerarono la loro fuga, ma il popolo aveva già accorso in quel muro recondito, ed inviperito a furia di pietre contrastava quelli la fuga; i quali mancando all'esecuzione del di loro criminale disegno, fecero fuoco contro il popolo». In altra deposizione del sindaco, indirizzata all'intendente della provincia aquilana, si rileva la segnalazione di nuovi particolari inquietanti della vicenda. 
  
Don Antonio D'Amore era ormai certo che i banditi avessero avuto, in quell'azione come nelle precedenti, l'appoggio di fiancheggiatori di Cerchio, definiti dallo stesso «manutengoli paesani traditori della Patria». Per loro invocò severe pene da infliggere, perché: «dai ladri non è difficile riguardarsi, ma dai manutengoli è invece difficile, difficilissimo». Tra il 1849 ed il 1851, la famigerata banda d'Introdacqua fu infine sgominata e il sottintendente di Avezzano, comunicò all'autorità superiore che la Guardia di Pubblica Sicurezza 3 A divisione, 8A compagnia aveva infine arrestato la maggior parte degli individui componenti la cricca. Nello specifico, il caporale Matteo Grimaldi, acciuffò personalmente il brigante Emidio Campomizzi, dopo una tremendo corpo a corpo con lo stesso. 
 
Tra i briganti di maggior spicco, che avevano partecipato a tutte le scorrerie, figuravano: Mastro Tommaso Ranieri e Biagio Giannamore di Pettorano sul Gizio, i marsicani Francesco Jacobucci di Aielli, alias Francescone «degno nipote di P. Domizio Jacobucci», Giovanni Fosca, Biagio Giannamore, Giovanni Di Domenico, Giuseppe Mione e un tale chiamato Fico Scarlazzino, sconosciuto fino allora alle autorità di polizia zonale. Dopo accurate indagini, si venne a sapere che la combriccola armata era stata indirizzata al palazzo dei D'Amore dai complici Angelo D'Amore e Camillo Rossi. Tutti gli imputati, tradotti nelle carceri dell'Intendenza aquilana, in nome di «Ferdinando II per Grazia di Dio Re del Regno delle Due Sicilie», furono interrogati dal giudice della Gran Corte Criminale ed alla fine dell'istruttoria, come di solito succedeva sotto il regime borbonico, alcuni componenti della banda ottennero la libertà provvisoria sotto sorveglianza speciale, altri il non luogo a procedere ed il resto fu condannato ai dai 24 ai 26 anni di ferri da scontare alla Darsena, al Presidio o sulle Galee.
  
Questo episodio, al di là della dinamica d'azione, eseguita in perfetto stile brigantesco dei tempi, ci sembra possa rientrare più in una conflittualità di interessi che si accendevano e si intrecciavano intorno alle poche risorse di uno dei tanti villaggi poveri della Marsica ottocentesca, e sembra piuttosto espressione o della difesa di equilibri interni alla comunità cerchiese o di una dinamica tra vecchi e nuovi equilibri.
  
Tuttavia, è doveroso sottolineare che questa forma di brigantaggio d'antico regime scaturiva da una criminalità di carattere prevalentemente congiunturale ed endemica, collegata alle numerose crisi agrarie del periodo borbonico, e venne gradualmente ad assumere un ruolo, per così dire, strutturale all'interno di una società lacerata da conflitti e contraddizioni profonde ed anche e soprattutto dal peggioramento delle condizioni di vita nelle campagne.
    
   

NOTA DELL'AUTORE
L'episodio a cui si è fatto riferimento sommariamente, è tratto dall'Archivio di Stato di L'Aquila, fondo della Gran Corte Criminale, Processi, Serie I, b. 206 e dal Registro dei Misfatti dei Distretti di Aquila, Sulmona, Avezzano, Città Ducale, dal 1848 al 1849, n. 375, p. 139. Il voluminoso fascicolo del processo racchiude molte testimonianze di cittadini di Cerchio presenti al fatto. A seconda del grado di impressionabilità, paura o avversione per i briganti, molti popolani ingigantirono, diminuirono o scaricarono responsabilità ai compaesani che avevano assistito di persona all'assalto. Negativa, invece, appare la documentazione tratta dagli archivi di polizia del sottintendente di Avezzano, quella della magistratura e dell'amministrazione del circondario di Pescina (racchiusi nello stesso fascicolo), che risulta come una sorta di amplificatore delle gesta brigantesche, evidentemente, per meglio giustificare all'intendente aquilano o la necessità della repressione o comportamenti eroici e meriti acquisiti nello svolgimento del proprio dovere, quasi sempre, però, non veri. Per altri possibili approcci, si rimanda alla consultazione dei volumi della stessa busta, che evidenziano gravi episodi di rapine e grassazioni, tra cui l'uccisione di Don Domenico Bianchini, giudice di Scanno, sorpreso in un agguato dalla «famigerata» banda di Introdacqua.
 

 
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