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Nel settecento - ottocento

Sul finire del XVIII secolo il regno di Napoli fu invaso dalle truppe francesi e anche la Marsica fu teatro di quegli avvenimenti. In quei giorni, come accade in tutte le rivoluzioni e in tutti i rovesciamenti di potere quando ormai regnano il caos e l'anarchia, prendono sempre il potere la plebaglia, le fazioni, i partiti, gli assassini e, in quei giorni si commettono e si commisero atti nefandi e nefasti; e non poteva essere da meno la nostra Marsìca.
 
Il mio lavoro è rivolto agli avvenimenti riguardanti Cerchio e dintorni. Dal libro delle "Deliberazioni dei consigli" dell'Università di Cerchio iniziato il 15 "febbraio" 1798 si apprende dell'invasione francese nel regno di Napoli, del proclama del re Ferdinando IV rivolto agli abruzzesi e delle misure adottate dai nostri avi per respingere l'assalto nemico. 
 
Nel febbraio del 1798 i Francesi comandati dal Generale Championet occuparono Roma e vi proclamarono la Repubblica. Per tale evento il re di Napoli., ché temeva un'eventuale invasione nel suo regno ed aveva già preso provvedimenti sin dal 1796, si sentì maggiormente impegnato a difendere il suo Stato rafforzando l'esercito con una nuova leve di massa, portando l'effettivo della sua forza a 75.000 uomini, ponendoli sotto il comando del Generale Mack avuto dall'alleata Austria come valente tattico e stratega. Questi dapprima rimase sulla difensiva poi, sospettoso di alcuni movimenti francesi, il 24 novembre 1798 passò all'offensiva. I soldati borbonici con un improvviso attacco sorpresero i nemici e li scacciarono da Roma disperdendoli. 
 
I Francesi, subitamente riorganizzatisi, riuscirono a concentrarsi presso Civita Castellana e da lì passarono al contrattacco riconquistando Roma e costringendo i borbonici ad indietreggiare ,sempre di più. Le truppe borboniche male addestrate e poco equipaggiate anche se affiancate dalle esperte bande di Frà Diavolo (il sedicente colonnello Michele,Pezza di Itri 177 1-1806) e di Mammone (Gaetano Mammone di Sora) non poterono arrestare la vittoriosa avanzata francese che si concluse il 21 Gennaio 1799 coli l'espugnazione di Napoli, evento cui, il giorno dopo, seguì la proclamazione della Repubblica Partenopea. 
 
Tali citati eventi appartengono anche al la Storia della Marsica e quindi di conseguenza, anche a quella di Cerchio. L'8 dicembre 1798 Re Ferdinando IV lanciava da Roma il seguente proclama agli Abruzzesi:"Ai suoi fedeli, bravi ed amati popoli degli Abruzzi, dal quartiere generale di Roma agì l' 8 dicembre.
Nell'atto ch'io sono qui nella capitale del mondo Cristiano a rimettervi la nostra sacrosanta religione, che coloro, i quali dicono sempre di voler rispettare, hanno distrutta e rovesciata dal fondamenti, i Francesi, coi qual i ho fatto di tutto per vi vere in pace, minacciano di voler penetrare nel regno per gli Abruzzi. 
 
lo accorrerò tra breve coli forte e numeroso esercito a difendervi, ma intanto armatevi e opponete all'inimico, nel caso abbia l'ardimento di passare i confini, la più valida e coraggiosa difesa. Armatevi e correte contro di lui sostenete la vostra religione sostenete il vostro padre e re che espone per voi la propria vita, e ch'è pronto a sacrificarla per la vostra difesa e per conservare a voi quanto avete di più caro, la religione l'onore delle vostre mogli e delle vostre sorelle, la vostra vita e la vostra roba. 
 
Ricordatevi, miei cari Abruzzesi, che siete Sanniti, e che avete tratto dai Comandanti Militari, e Regi Ministri, come ribelle alla Corona e nemico di Dio e dello Stato. Chi ha il coraggio non sarà mai vinto da chè hanno dimostrato la più vergognosa timidezza. Pensate che voi avete a difendere il proprio paese che la natura stessa difende cori le vostre rnontagne dove nessuna armata si è mai avanzata senza trovarvi il sepolcro. Pensate Abruzzesi che voi nelle vostre Provincie siete settecentomille abitanti e che non dovete lasiarvi soggiogare da qualche migliaio di nemici Voi che più di ogni altro avete dovuto vedere lo stato di miseria nel quale sono i Romani. L'inimico - ha tolto tutto niente gli resta che la propria disperazione e la fiducia che hanno in Dio e in Me. Coraggio, bravi Sanniti, coraggio, Paesani miei, armatevi correte sotto i miei stendardi, unitevi sotto capi militari, che sono ne' luoghi più vicini a voi, accorrete con tutte le Vostre armi invocate Iddio, combattete e siete certi di vincere.
 
Come si nota poteva far colpo tale proclama sugli uomini che avevano per credo proprio il senso dell'onore e dei sacri confini.  Divulgata tale arringa in special modo dal clero, essa fece tiri grandissimo effetto sul popolo minuto e anche su persone di un certo lignaggio. Così molti aderirono a quell'appello e subitamente iniziarono ad organizzarsi in masse paramilitari che furono dette masse sanfediste cioè della Santa Fede. Comandanti di questa accozzaglia d'i gente nella provincia dell'Aquila furono Giuseppe Salomone notato di Barisciano e il brigante Giuseppe Pronto di Introdacqua: quest'ultimo era latitante Quando il re lanciò tale appello e, molto astutamente, si unì alle masse cori tutta la sua banda: entrambi furono poi incorporati nella truppa regolare col grado di Colonnello e poi promossi a quello di Brigadiere Generale. 
 
Masse marsicane degne di nota furono quella di Magliano, il cui capo Angelo Maria Petricca, già militante nel disciolto esercito, meritò dal Salomone la promozione a tenente; quella di Avezzano, il comandante della quale, Matteo Novelli, arruolò uomini a Cappelle, Celano, Capistrello; e quella di Scurcola al comando di Padre Domizio lacobucci di Aielli, si unirono alle masse del limitrofo cicolano condotte dal parroco di sambuco (Borgorose) Vincenzo Micarelli, le quali confluirono alle forze del Salomone e con esse presero parte al diversi scontri sostenuti all'Aquila contro i Francesi, nonché alla difesa del confine di Tagliacozzo, minacciato dalla parte di Subiaco, il più notevole capomassa della Marsica fu Francesco Marinacci di Collarmele. Quest'ultimo, presi accordi col vescovo dei Marsi Giuseppe Bolognese (Chieti 14.9.1742 - Celano 16.3.1803. 
 
E' questi il prelato che durante il ritrovamento dell'immagine della Madonna delle Grazie di Cerchio, 1803, invitato dalla popolazione ad entrare nella chiesa ove si trovava tale simulacro, benché gli si fosse rotta una stanga della portantina ove soleva viaggiare non volle entrare forse perché il popolo Cerchio non aveva aderito ai proclami del Re?) guidò i massisti per circa sette mesi lasciando la sua cospicua famiglia mettendosi alle dipendenze dei Pronio e con lui diede filo da torcere al Francesi. 'Nato a Introdacqua il 20 Febbraio 1760, deceduto a Napoli nel 1804 a soli 44 anni. Il 6 febbraio 1799 ebbe dagli Eletti (amministratori comunali) dei suo paese Gianfrancesco D'Alessandro e Francesco Saverio Ricci, la nomina a capitano della locale massa. Mentre le masse si venivano costituendo, le armi francesi entravano in Abruzzo: il gen. Duhèsme delle Marche e il Gen. Lemoine dall'Umbria.
 
"Si narra che nell'invasione Francese un certo Nicola Panecaseo con due altri uomini perduti per indole e per costumi mentre alcuni militari francesi da Sulmona passavano a Celano, in una strada del tenimento d'Ajelli, per la quale transitavano, si fecero arditi, a tradimento, scaricare sopra i medesimi francesi delle archibusate dalle quali uno rimase vittima e due feriti informati che fra gli altri, il barbaro omicida era stato di Cerchio, deliberò il Consiglio dì Guerra (convocato dal Generale francese che comandava la divisione stanziata nella nostra provincia) che a pubblico esempio in forza di Un distaccamento, quel disgraziato paese si mettesse a sangue, sacco e fuoco. 
 
A sì trista calamità quegli abitanti sicuri della protezione della SS. Vergine delle Grazie, a questa pieni di fiducia ricorsero, risolvendo processionalmente la portai ad incontrare nell'ingresso il nemico onde mercè la stessa implorare ed ottenere grazie e clemenza; e mentre cori ordini sì formidabili esso distaccamento giungeva (poiché già spiegato aveva il carattere della vendetta appena penetrato nel tenimento di Cerchio, scaricando archibugiate contro coloro che vedevano od incontravano) l'ufficiale in capo ed i suoi subalterni visto tal venerando Simulacro, prodigiosamente, da feroci nemici, mansueti divennero, ed accogliendo di buon grado le suppliche di un popolo commovente commutarono il rigore al solo sacco su la famiglia del creduto omicida senzacché la popolazione nella memoria parte ne resistesse .
 
Fatti simili accaddero a Tagliacozzo, dove furono uccisi due ufficiali francesi, e ad Oricola, dove il 6 maggio 1799 si svolse una piccola battaglia. 
Sono ultimi avvenimenti di questa guerra: infatti fu ordinato alle truppe francesi che si trovavano in questi paraggi di ritirarsi e, il 13-14 giugno 1799, cadde anche la Repubblica Partenopea. Col Pronio rimasto così inerte a Introdacqua si portò a conferire Francesco Marinacci da collarmele il quale veggendo sempre più avanzarsi i Francesi pensò bene tornarsene per allora a contrastarli nelle vicinanze di Celano per triste evento per quegli spiriti eletti che avevano creduto che finalmente i Napoletani volessero far propri gli ideali di Libertà, di Uguaglianza e di Fratellanza, ideali questi, peli quali immolarono le loro vite i rivoluzionari francesi e che anche qui, purtroppo, non furono capiti. 
 
Le masse più umili più povere, alle quali maggiormente andavano rivolti quei sacri e giusti ideali, furono le prime che iniziarono, abilmente condotte dal Clero al grido di "Viva la Salita Sede e S. Gennaro e morte al Giacobini la reazione e quei nobili spiriti che tanto si erano prodigati a far capire loro ciò che era giusto da ciò che era ingiusto ei ciò che era vero da ciò che era falso, furono immolati purtroppo, per l'ignoranza dei popolo, al quale Il potente fa spesso credere ciò elle più gli aggrada. 
 
Da altri documenti inediti, sempre di quegli anni apprendiamo che non tutti gli abitanti di cerchio erano filo-borbonici, ma vi furono anche personaggi di idee liberai quale per esempio, il primo possidente del nostro paese: il Magnifico Dottor delle due Leggi Venanzio d'Amore Fracassi (da non confondersi coli il di lui nipote omonimo) Questi nacque a Cerchio dal Magnifico Pasquale e Maria Pressede d'amore il 18 Maggio 1772 "21" laureatosi all'Università di Napoli come dottore delle due leggi, non dovette restare insensibile al fascino degli homines novi del Regno di Napoli quali Piatro Giannone, Gaetano Filangieri CarlAntonio Broggia Ferdinando Galiani, Antorito Genovesi e Bartolomeo Intieri e da questi prese esempi per far trionfare la giustizia anche nell'umile borgo natio. Infatti fu seguace delle idee liberali provenienti dalla Francia. Da un documento dell'università di S. Vincenzo Valle Roveto del 14 Marzo 1807 si dimostra che ebbe -( ... ) un vero e sincero attaccamento all'attuale vigente Governo di cui ha sempre celebrato la bontà, le leggi, delle quali nell'essere osservante ne ha procurato degli altri l'osservanza, detestando Armamenti in Massa, e qualunque inserzione. 
  
Più il tempo, che egli non ha dimorato in questa comune, ha ordinato al suo ministro Sacerdote Don Paolo. che la sua casa fosse sempre aperta agl'officiali e truppa Francese; come difatti nel passaggio del primo Signor Generale Cavignac, elle inseguiva il capo massa Fra Diavolo, fu la medesima aperta ad ogni comodo degl'ufficiali Francesi ed egualmente fu aperta nel passaggio dell'estera colonna N lobi le comandata dal Signor Generale Sciaverde.
 
Sapendo perciò tale deciso attaccamento e trasporto, noi sottoscritti nel Decurionato tenuto li trenta Novembre 1806 lo eleggemmo per nostro Consigliere al Consiglio di questa Provincia. la confidenza è troppo giusta e ragionata, giacché egli nel mese di Febbraio dell'anno passato 1806, epoca gloriosa nell'entrata dell'armi Francesi in questo Regno, scrisse di proprio pugno al detto Don Paolo, che avendo notizia di un tale Abate Micarelli in passando l'avesse fatto carcerare qualunque Brigante, e precisamente un tal Giacorno Giusti della terra di Cerchio Ed ancora tali Ideali risultano in altri documenti stilati sempre nello stesso anno a Collarmele, a Cerchio ed all'Aquila. Ritornando al discorso sulla figura di don Venanzio apprendiamo, ancora, da documenti che ho potuto consultare che, perle sue idee liberali dovette subire il 18 Luglio 1807 un saccheggio da parte di un'orda di 160 briganti al comando di Giuseppe Monaco e, d'Introdacqua .
 
Da tali documenti si apprende che doti Venanzio cori tutta la propria famiglia, tranne la di lui madre donna Maria Pressede d'Amore, dovette fuggire temendo seriamente di essere ucciso. brigatiti acquartieratisi in P.zza S. Bartolomeo incominciarono subito a saccheggiare il palazzo dei d'amore e, se non intervenivano persone del luogo, come il ventunnene magnifico doti Nicola D'Amore chierico e il quarantenne magnifico doti Nicola Fosca uomo di campagna a fermare tale ruberia sicuramente avrebbero devastato tutto il palazzo. I briganti volevano esclusivamente don Venanzio Risultata vana tale ricerca si diressero ad Aielli.
 
Il giorno dopo, la mattina del 19, circa otto briganti si diressero a Cerchio; giunti in piazza S. Bartolomeo obbligarono il cinquantatreenne Luca Carusone, uomo di compagna a chiamare il sindaco di Cerchio: Il venticinquenne Giovanni Cipriani. Eseguito tale ordine, il sindaco fu subito portato alla presenza dei briganti, I quali domandarono se aveva raccolto I denari che il paese di Cerchio doveva dar loro come rata di contribuzione, come erano rimasti d'accordo il giorno precedente, rata per 600 persone. Lo stesso giorno tali briganti vennero espulsi da Aielli dalle truppe Francesi che li dispersero per le montagne li saccheggio di casa d'amore secondo le testimonianze di allora, avvenne per gelosia di Governo e forse per l'antica legge delle fazioni che regnava e regna nei piccoli paesi; sicuramente noti furono estranei per la venuta di quest'orda di ladri, i cugini di doti Venanzio don Vincenzo, don Lorenzo, doti Erasmo (sacerdote) e fratelli d'Amore. E' noto che nel piccoli paesi vi sono famiglie che tendono a primeggiare sulle altre e la storia di queste famiglie è anche la storia del paese. Sicuramente l'astio fra questi nuclei familiari consanguinei è dovuto ad antiche eredità e rivalità. 
 
Infatti un documento in mio possesso aiuta, in parte, a spiegare tanto odio, tanto livore persino fra cugini. Il 5 novembre 1797 a cerchio si convocò un pubblico Parlamento per l'elezione di un nuovo maestro, per ordine della "local Corte", in esecuzione del"real comando" del 9 Aprile 1785. Dopo varie discussioni don Vincenzo d'amore voleva che tale carica fosse data a suo fratello: il canonico Erasmo ma il popolo nell'elezione scelse come maestro doti Venanzio Doti Vincenzo visto tale esito, cercò e con minacce e cori parole di impaurire il novello maestro per farlo ricusare da tale incarico; vista varia tale impresa tutto incollerito abbandonò l'assemblea popolare. 
 
Alcuni giorni dopo, esattamente Il 9 Novembre, il canonico don Erasmo, lo sconfitto, appostò doti Venanzio mentre questi si recava nei propri possedimenti e se in quel fatidico frangente noti fosse sopraggiunta gente sicuramente lo avrebbe ucciso a fucilate e i detti fratelli fecero ancora altri appostamenti che , per fortuna di don Verianzio risultarono vani. 
Che tempi! Leggendo tali documenti che parlano di quegli episodi sembra essere andato e Faceva parte della banda di Ventresca, che nel giorno delle Pentecoste del 1807 compì una strage a Gioia (dei marsi Indietro di moltissimi secoli. 
 
Fra cugini di cui tizio pure sacerdote vi era un cieco odio da desiderare di uccidere. Un odio covato sotto le ceneri che al più piccolo nonnulla esce fuori scatenandosi E nel rovesciamenti politici ognUna di queste famiglie cerca di mettersi in luce; così vediamo che durante l'anarchia dei 1708-99 viene eletto Condottiero Generale" don Lorenzo d'amore e don Venanzio eletto
condottiero cerca di ricusare tale carica (addirittura, da come abbiamo Visto su va contro le Masse a favore dei Francesi). Quindi nel 1806,quando i Francesi rioccuparono il Regno di Napoli, doti Venanzio è la persona più in vista dei paese: è infatti il maestro, l'avvocato e il Possidente di Cerchio, è conosciuto dagli ufficiali Francesi maggior per averli ospitati e per aver dato loro consigli utili. E In quegli anni doti Lorenzo e fratelli sembrano essere passati all'altra sponda diventando Carbonari. Leggendo altri documenti notiamo che doti Francescantonio d'amore è l'uomo di fiducia della polizia. Come mai dunque Viene additato quale carbonaro? 
 
Evidentemente qualcuno era geloso del prestigio che questi godeva.
 E le fazioni avverse cercavano di metterlo in cattiva luce. infatti dalla citata delazione notiamo il credo politico di allora, un credo non ideologico, nato solo per andar contro quelle determinate famiglie e non perché amanti veramente della libertà, della giustizia e dell'uguaglianza forse non riuscirono a comprendere appieno tali ideali. li loro mondo fu circoscritto al paese o tutt'al più al circondario e fu quindi un ideale molto angusto, povero, che metteva in risalto il grigiore della loro partecipazione a quegli ideali che stavano per fiorire in tutta l'Europa. Non voglio dire che in questi luoghi vi fossero persone capaci di avere ideali veri e sinceri però dai documenti che ho potuto consultare sembra che queste persone aspettassero tali cambiamenti soltanto per rifarsi di eventuali danni sofferti. Per esempio ho scritto prima che Doti Venanzio d'amore Fracassi era un "giacobino" cioè seguace degli ideali della Rivoluzione Francese, ma sarà poi vero? E' certo che ha frequentato l'Università di Napoli e sicuramente lì ha potuto recepire le idee che hanno influito sul suo "animus". 
 
Era questi a Cerchio una personalità: dottor delle due leggi avvocato dell'Università (Comune), maestro elementare ed era il primo possidente; però come si fa a dire che anche questi fu un "homo novus"? Cosa ha fatto per il nostro paese? E' vero che fu un filofrancese ed il maggior assertore di tali Idee nel nostro paese come è riscontrato nei documenti, improvvisamente però lo ritroviamo a servire la Casa Borbonica, mentr'invece gli altri del paese che non erano filofrancesi passarono all'altra barricata diventando carbonari Come si può spiegare un tale capovolgi merito di posizioni? Ed è sicuro che questi sentimenti si possono chiamare ideali` Sembra proprio elle queste famiglie non facciano altro che andare l'una contro l'altra e, quindi, questi sentimenti noti possono chiamarsi ideali, ma pseudoideali sono in altre parole le antiche fazioni tanto care agli Italiani. Riconosco di essere duro affermando tali cose perché non metto dall'altra parte della bilancia l'ambiente in cui vissero.
 
Allora il paese era considerato come una città stato, la maggior parte dei popoli o stava sempre in paese ed usciva molto raramente rimanendo così completamente al buio circa i fatti più salienti che accadevano per l'Italia: noti vi erano mezzi visivi come il giornale e i libri e, se vi erano, erano letti da pochissima gente ( la maggior parte della gente era analfabeta).
Tale piccola città-stato era divisa in tre categorie: i possidenti gli "artisti" e i poveri.  
 
I possidenti erano coloro che avevano una certa proprietà. in verità non tanta ma rispetto a chi non aveva niente era pur sempre una proprietà: fra questi vi era, diciamo così, luogo: il medico l'avvocato, il notalo, il farmacista, il veterinario il prete, Il maestro, la levatrice. Gli artisti (è meglio dire pseudo artisti) erano coloro che svolgevano un'arte": il falegname Il muratore il fabbro, il sarto, il calzolaio e il barbiere. l'ultima categoria, quella formata dai più, era quella dei poveri,, i ciarlotti, erano coloro che non possedevano nulla avevano a stento una casa tutta rabberciata molte delle quali sprovviste anche dei camino (in alcune case esso era formato da un angolo delle pareti ed aveva per canna fumaria solo buco nel soffitto').
 
 L'unica ricchezza che avevano erano i figli; questi come le persone che lavoravano tutto l'anno per i proprietari guadagnando molto a stento di che nutrirsi per sé e la numerosa famiglia In questo triste e squallido luogo era molto difficile che attecchissero gli ideali veri e sinceri, era (ed è) molto più facile che attecchissero invece gli pseudo ideali di partito, di l'azione. ed ecco forse spiegato perché ognuno tendeva a gettarsi a capofitto verso i capovolgimenti politici sognando magari ad occhi aperti un più lieto e gaio avvenire. 
 
Ecco spiegato molto semplicisticamente perché tutte le rivoluzioni i primi a credere sono i più poveri i più diseredati sempre comandati da un pugno di intellettuali che nella maggior parte dei casi, all'ultimo momento rimangono quasi totalmente abbandonati e son loro che, nella maggior parte del casi, pagano di persona il loro credo.  Cerchio aveva su 1021 abitanti 57 carbonari, la loro organizzazione si chiamava "La Vendita di Leo", era Gran Maestro Pasquale d'Amore.  Ad Aielli si chiamava "filgli de' Liberi Marsi" aveva per emblema una scala con due anelli concatenati era gran maestro Valentino Berardi, vi erano 57 carbonari su 1021 abitanti.
A Collarmele vi erano 15 carbonari. 

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